Sono passati quattordici anni dalla morte del grande attore, regista, drammaturgo e poeta italiano Carmelo Bene.

Celebrato da alcuni come genio inarrivabile e rivoluzionario del teatro italiano, da altri descritto come un decerebrato irriverente con la pretesa di teatralizzare le sue turbe, Carmelo Bene ha sempre diviso tanto la critica quanto i semplici spettatori in due categorie: quella di chi lo amava, e quella di chi lo detestava.

Ora che dalla sua morte (avvenuta in circostanze non del tutto chiare nel 2002) sono passati un po’ di anni, e qualche decennio è ormai trascorso dalla messa in scena delle sue opere, la vera domanda da farsi non è più, forse, se egli sia stato o meno un vero genio, un “classico”, un “capolavoro”, come lui stesso si definiva, ma piuttosto quale sia l’eredità che questo artista (almeno questo titolo possiamo concederglielo), ha lasciato al teatro di oggi.

Innegabilmente Bene ha portato alle luce della ribalta qualcosa di nuovo e di inedito per i suoi tempi. Per chi non lo sapesse, sua è stata l’idea e l’uso del microfono come amplificatore vocale per l’attore in teatro. Sua l’innovazione dell’attore come cantante, e quindi del testo come significante e non come significato; dopo il teatro dell’Assurdo, quello di Beckett, Carmelo Bene crea un teatro dell’Irrappresentabile o dell’Impossibile, che non solo spezza il senso, ma distrugge anche il significato; e ancora lui fra i primi ragionò sui concetti di “osceno” e di “porno” in teatro.

Il grande attore lascia la sua traccia anche sui linguaggi dei media, decretando la nascita di un fenomeno televisivo ormai da tutti conosciuto come “sgarbismo”: un modo di far polemica in televisione che dichiaratamente non rispetta le più basilari regole del dialogo, quali l’ascolto e l’astensione da giudizi di valore su chi parla. Bene è stato il primo a dare il via a questo fenomeno, ne sono esempi magistrali i suoi interventi al “Maurizio Costanzo Show” del ’94 e ’95, video che su Youtube vantano un numero di visualizzazioni di gran lunga maggiore di qualunque altro video di sue rappresentazioni (più di 60 000, contro solamente qualche migliaio).

Se cerchiamo ora di rispondere alla domanda: “qual è l’eredità che Carmelo Bene ha lasciato al teatro e più in generale al fare arte oggi”, possiamo rilevare quantomeno due dati di fatto, prima di tuffarci nel soggettivo che è sempre di difficile risoluzione. Il primo, che moltissimo di quello che il grande attore ha introdotto nel teatro e nella televisione, oggi viene ancora abbondantemente utilizzato e, in alcuni casi, è perfino diventato la regola; il secondo, che niente di quello che oggi possiamo far risalire a lui ha conservato lo spirito e la motivazione profonda che gli aveva dato vita.

L’uso del microfono in teatro prima di tutto: Carmelo ne aveva sentito l’esigenza e motivato l’uso per far arrivare al pubblico gravi ed acuti, sussurri e sibili, che altrimenti nessuno avrebbe potuto sentire; oggi, sono sempre più rari i casi in cui possiamo sentire attori non “microfonati”, e di certo non possiamo dire che quelli che il microfono ce l’hanno, recitino utilizzandolo nel senso in cui Carmelo Bene aveva saputo sfruttarlo (il che non significa certo imitarlo). Esso è diventato più che altro una comodità, comodità che non solo fa perdere il valore originale di quello strumento, ma che molte volte imbarbarisce quella voce che tanto Carmelo aveva curato, amato ed educato. “Perché dovrei stare attento affinché la voce vibri bene in maschera, e sia sempre ben sostenuta? Tanto il microfono mi farà sentire in qualunque modo io parli.” La motivazioni originale di Bene, al contrario, era: “il microfono mi farà sentire in qualunque modo io decida di far venire fuori la voce”.

Che dire poi dello “sgarbismo”? Quello che Carmelo aveva adottato come modo di esprimersi e che indicava la sua avversione contro i mezzi di trasmissione moderni, nonché addirittura forse l’unica possibile dichiarazione della sua estetica, è diventata invece il piatto forte e uno degli elementi tipici e caratterizzanti dei media che Carmelo tanto odiava, e della televisione in primo luogo. Quasi in qualsiasi trasmissione, oggi, possiamo vedere come il modo di parlare “alla Bene”, sia decisamente dominante, senza però più essere al servizio di un preciso messaggio, etico, politico o estetico che sia.

E in fondo, anche al modo che Carmelo aveva di affrontare certi temi in teatro non è toccata sorte migliore: il suo disinteresse per il significato ed il senso delle opere, a favore di un maniacale interesse per il significante della parola, e quindi per la musica del testo che dà a quest’ultimo un senso nuovo, si ricollega in qualche maniera ad un certo modo di fare teatro oggi, che rifiuta l’idea di dare un senso in generale, dando vita a opere teatrali palesemente insensate sotto ogni punto di vista, che vogliono giustificarsi solo per l’impatto emotivo che innescano nello spettatore.

Si potrebbe dire, cercando di riassumere, che Carmelo Bene (che di certo non ha fatto scuola nel senso canonico del termine), abbia lasciato una traccia ben visibile di sé nel teatro e nella televisione odierni, ma che quasi tutto il suo operato sia stato riutilizzato in una chiave del tutto estranea ai principi che l’avevano ispirato.

Carmelo Bene, dunque, è nella teoria una figura di cui si potrà sempre parlare in termini molto diversi e spesso discordanti, ma certamente è stato un artista nella pratica, un uomo che dai suoi colleghi posteri è stato solennemente frainteso.

 

Daniele Santisi

Annunci