Recensione: “Gli oligarchi”, Jules Isaac

Gli oligarchi. Saggio di storia parziale

di Jules Isaac

Simposio-greco

In questo libro confluiscono tre diversi tempi.

Il primo è quello del passato, rappresentato dalla Atene delquindicennio 415-401 a.C., la città squassata dalle lotte civili e dalla presa di potere degli oligarchi.

Il secondo è quello del presente, momento in cui questo libro viene scritto: il 1942, in una Francia divisa fra l’occupante nazista a nord e il collaborazionista fascista a sud.

Un professore ebreo si aggira per le campagne, addosso il solo vestito che gli è rimasto e in mano una cartella piena di fogli e appunti. In testa e nel portafoglio, invece, l’ultimo biglietto della moglie, catturata insieme alla figlia dai nazisti mentre Isaac non era in casa: “Mio caro, prenditi cura di te, abbi fiducia e finisci il tuo lavoro. Il mondo lo aspetta.”135q04a1 E lo storico, che si è visto crollare addosso tutto il suo mondo, rispetta queste ultime parole e lavora al suo saggio, di notte, nei luoghi dove, fuggiasco, trova riparo: fienili, stalle, casali abbandonati. Forgia così un’opera che, attraverso la ricostruzione dell’affermazione dell’oligarchia ad Atene, quella spietata dei Trenta tiranni, si interroga sulla docilità della Francia di fronte alla Germania nazista. Molti connazionali di Isaac infatti salutarono il regime collaborazionista di Vichy, autoritario, nazista e fascista, come “divina sorpresa”.

Con grande onestà intellettuale Isaac, democratico e amante della libertà, feroce critico della tirannia, intitolò il suo libro Saggio di storia parziale, poiché non si fa scrupolo a giudicare apertamente e a cercare di fornire esplicitamente al cittadino gli anticorpi per difendere la libertà. Tuttavia il suo lavoro non perde il valore storiografico né l’obiettività della narrazione, perché, come ci dice Pascal Ory nella postfazione, Isaac esprime le sue opinioni a viso aperto, rendendo così facile individuarle e distaccarle dal testo, dalla narrazione della Storia e dall’analisi storica degli avvenimenti. Questa è la prova più bella del suo amore per la libertà e la profonda differenza con gli oligarchi, ateniesi e francesi, che invece agiscono in maniera subdola e strisciante, aspettando nell’ombra l’occasione giusta per colpire e porre fine alla libertà, oggetto del loro odio inestinguibile.

Parlando di entrambi Isaac scrive: “A questo livello di odio nessun freno, nessuno scrupolo: ogni nemico (della vostra patria) vi diventa amico, a patto che egli sia nemico della democrazia; tutto il contrario (dei vostri compatrioti) vi è gradito, perché è il contrario della democrazia; ogni disastro sarà per voi un trionfo, se accelera la rovina della democrazia aborrita.”

Ecco dunque l’oligarca che attende il momento favorevole, che aspetta che il suo Stato rovini per poter imporre il proprio odioso dominio, che esercita con la violenza e la forza, ma soprattutto con il subdolo strumento di “rendere i cittadini più rispettabili complici di questi crimini, incaricandoli di eseguire personalmente gli ordini dei tiranni. Nessuna via di mezzo, o arrestare o rischiare di essere arrestati.” Tutti sono trasformati in complici e carnefici.

Il terzo ed ultimo momento è quello che per Isaac è il futuro e per noi è l’adesso, i giorni presenti. Giorni complessi, tremendi e dolorosi, in cui la cosa che fa più paura, che mi fa più paura, è che le parole de Gli oligarchi trovino perfetta aderenza. L’Atene della fine del Quattrocento a.C., la Francia degli anni ’40 e il mondo di oggi sono il medesimo luogo, medesimi i sentimenti che vi regnano e medesimi i nemici che strisciano subdoli.

Fortunatamente però Isaac ha scritto per noi, lasciandoci in eredità gli strumenti per capire e per raddrizzare le cose, senza perdere la speranza, che viva troviamo nella dedica, bellissima, alla moglie, che non rivide mai più:

A te, amica mia,

anima mia,

prigioniera del più crudele nemico,

dedico queste pagine di collera,

e di adorazione,

questo inno alla divina libertà perduta,

pregando Dio che venga l’ora in cui mi sarete

restituite,

lei

e tu.

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Carlo Daffonchio

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