“Non erano questi i patti”, disse Fosco ad Antonio.
“Sei tu che te ne sei voluto andare”, gli rispose l’uomo accendendosi un sigaro, “a me andava benissimo fare a metà dei proventi delle partite di cocaina, lo sai. Ma poi siamo saliti qui al Nord e hai voluto fare la persona onesta, cominciare ‘la tua nuova vita’, come dicesti tu venticinque anni fa”.
Gli amici del boss scoppiarono in una risata generale.
“Finiscila Anto’, sai bene che non sto parlando di questo! Quando ci siamo reincontrati qui al King mi hai promesso che avresti tenuto fuori il locale dalle tue mire, e invece guarda come l’hai ridotto!”, sbottò Fosco allargando le braccia a indicare la distruzione che li circondava.
“Se non te ne vai immediatamente ci penseranno i miei uomini a spaccarti il naso”, intimò Antonio avvicinandosi al volto di Fosco con fare minaccioso. “Scansati”, disse Fosco prima di uscire dalla stanza. Sì, un naso si sarebbe rotto, ma di certo non quello del direttore d’orchestra.

Era ormai sera, e visto che Fosco ancora non rispondeva al telefono Livia decise di precipitarsi al King, sicura che lo avrebbe trovato lì. Il suo sesto senso, però, la portò un’altra volta nella sala del biliardo.
La donna andò nuovamente incontro a Ruocco, senza mostrare timore. “Dov’è Fosco, e cosa gli avete fatto? E chi è tutta questa gente?”, gli domandò appena si rese conto che il direttore d’orchestra non era lì. “Dolcezza, ancora qui? Pensavo di essere stato chiaro l’ultima volta”, le rispose l’uomo sbuffando fumo di sigaro. “Giorgio mi ha detto che cosa ha fatto. Allora è questo il motivo per il quale ce l’hai a morte con mio figlio eh?”, domandò sarcastica Livia ad Antonio.
“Tuo figlio è un grandissimo bugiardo, e se vuole tenersi la pelle gli consiglio di stare alla larga da qui”.
“Cosa diamine c’entra mio figlio in tutto questo me lo vuoi dire o no?”, esclamò stizzita Livia.
“Ti sei mai chiesta come faccia a mantenere uno stile di vita così lussuoso con un semplice stipendio da insegnante?”, le domandò Antonio.
Giorgio, il figlio di Livia e del suo primo marito, faceva l’insegnante di storia e filosofia e nel tempo libero dipingeva. Dipingeva nudi di donne: ogni volta che Livia entrava nel suo scantinato lo trovava in compagnia di una bella fanciulla nuda, intenta a farsi ritrarre in tutta la sua sensualità. Aveva sempre pensato che il figlio guadagnasse parecchi soldi vendendo le proprie opere. Ma una villa imponente, feste con centinaia di persone, di camerieri, di bottiglie di champagne e di abiti fatti su misura, decine di viaggi, potevano davvero essere il frutto di quattro pennellate date perfino controvoglia?
Che Livia fosse stata ingannata? Suo figlio forse non era il bravo ragazzo che lei aveva sempre creduto, il retto e integerrimo ragazzo che aveva denunciato il boss della città? In quel momento credette di capire ogni cosa: la villa, le modelle, i finti quadri, le feste degne del Grande Gatsby, i viaggi, perfino il modo in cui Gianni era riuscito a saldare i debiti del King. “Stai cercando di convincermi che è uno di voi?”, domandò Livia al boss. “Di noi chi, dolcezza? Chi siamo noi?”, le rispose Antonio.
“Senti, buffone, se non mi dici subito che cosa c’entri mio figlio con te e con i tuoi amici delinquenti chiamo la polizia.”
“Chiama pure, dolcezza, così facciamo una partita a biliardo tutti insieme. Vuoi sapere quale ruolo rivesta il tuo amato figlio nella nostra associazione? Spaccia droga e fa lo strozzino assieme a quell’altro disgraziato di Gianni. Le modelle dei suoi quadri? Tutte puttane della zona. I continui viaggi? Servono a verificare i carichi di cocaina che provengono dal New Jersey.”
“Non ti credo, Ruocco, non ti credo. Conosco mio figlio, non farebbe mai una cosa del genere. Sei solo un bugiardo.”
“Il bugiardo è tuo figlio, e la pagherà cara per i casini che ci ha combinato”, rispose Antonio colpendo una boccia con la stecca da biliardo. “Ora pensi di andartene o vuoi rimanere qui ancora per molto?”
A quelle parole Livia ebbe uno scatto d’ira incontrollato. Tirò un pugno sul naso di Antonio, che iniziò a gridare come un matto. Immediatamente le sue guardie del corpo la presero di peso per sbatterla fuori dalla sala. “Te la farò pagare, bastarda!”, le urlò il boss mentre la trascinavano via, “dovrai guardarti le spalle ogni volta che uscirai di casa! Ti farò passare la voglia, puttana!”
I due uomini la lanciarono di peso sul selciato di fronte al King. Livia piangeva, si era sbucciata le ginocchia, aveva scoperto che forse il figlio le aveva mentito ed era un delinquente e un gruppo di mafiosi le aveva nuovamente distrutto il locale.
Fosco venne a raccoglierla: era stato lì tutto il tempo, sapeva perfettamente che sarebbe finita così.
“Rialzati, Livia”, disse mentre le dava una mano a rialzarsi.
“Ce la faccio, grazie”, gli rispose Livia stirandosi il vestito sui fianchi e asciugandosi le lacrime.
“Tieni, prendi”, disse Fosco mentre le offriva una sigaretta dal suo pacchetto.
“Sto cercando di smettere…”, esclamò Livia, ma mentre lo diceva sfilò una sigaretta. Fosco gliela accese. “E adesso che facciamo?”, gli domandò Livia guardandolo.
Entrambi scoppiarono a ridere. Cos’altro avrebbero potuto fare in quel momento?

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