Recensione: “Gli ultimi libertini”, Benedetta Craveri

Gli ultimi libertini

di Benedetta Craveri

 

Nostro destino è quello di vivere in tempi di sequel e serialità, in qualsiasi ambito, dalla cinematografia alla televisione, passando per la letteratura.

Anche la saggistica sembra non fare eccezione alla cifra stilistica della nostra epoca.

Nel 2001 l’illustre studiosa Benedetta Craveri (nipote di Benedetto Croce) pubblicava per i tipi di Adelphi il celebre saggio La civiltà della conversazione, corposo volume in cui venivano ricostruiti la genesi e i caratteri, a partire dalla metà del Seicento, di quella elegante società che avrebbe dato il tono alla vita delle élites francesi ed europee fino alla Rivoluzione francese.

A quindici anni da quella data, dopo sette anni di lavoro e con circa cento pagine tra fonti e bibliografia, la Craveri ritorna sulla scena letteraria con Gli ultimi libertini, un libro che appare inevitabilmente come il seguito, altrettanto ricco e strutturato, de La civiltà della conversazione. Se in quest’ultimo era stata cantata la nascita della raffinata socievolezza e della bonne société, ne Gli ultimi libertini si assiste al tramonto dorato di questo mondo, e alla sua fine ad un tempo elegante e brutale.

Benedetta Craveri traccia il magnifico affresco di un’epoca morente attraverso sette ritratti illustri, «sette samurai dell’aristocrazia illuminata», le cui vicende vengono ripercorse in sette capitoli differenti fino a quel celebre 1789. Proprio con la data 1789 viene infatti intitolato il capitolo più pregnante e più denso del libro, con cui la Craveri riannoda con delicatezza e maestrìa i fili di quelle vite individuali, separate e indipendenti, unite un’ultima volta di fronte alla tragedia finale del loro mondo, che pure avevano sperato di cambiare.

Vigee-Lebrun

Questi magnifici sette del tardo Settecento sembrano tutti somigliarsi, figli delle eleganti convenzioni e dei modi raffinati dell’epoca, ma al tempo stesso emergono tutti come personalità sfaccettate, individuali, spiccatamente autonome e distinte.

Il duca di Lauzun, i due Ségur, il duca di Brissac, il conte di Narbonne, il cavaliere di Boufflers e il conte di Vaudreuil sono infatti uomini, libertini, molto diversi nella realtà rispetto a quella che è la nostra limitata idea comune di libertino come seduttore senza scrupoli.

In realtà, il libertino non è esclusivamente dongiovanni e casanova, ma anche e soprattutto (qui infatti sta l’origine del termine) libero pensatore: inizialmente è irriverente e clandestino fustigatore di Dio e della religione, che assurge poi con l’avvento dell’Illuminismo al rango di philosophe, ovvero di intellettuale in grado di influire sull’embrionale opinione pubblica, vivendo apertamente la sua posizione di pensatore razionale e indipendente.

Il libertino è dunque il prezioso figlio della modernità, intesa come applicazione ed esercizio della ragione.

Razionalità e libero pensiero nei sette aristocratici protagonisti della Craveri si incontrano, in un connubio di grande virtuosismo, con la raffinatezza dell’élite francese, con l’eleganza e l’ethos nobiliare, offrendo dunque il particolarissimo ritratto di uomini gaudenti e privilegiati ma non inattivi, bensì tutti ansiosi di forgiarsi una vita corrispondente alla propria personalità e alcuni, addirittura, desiderosi di cambiare il loro mondo, il mondo dell’assolutismo di Versailles e dell’ancien regime che faceva sentire sempre di più le sue inadeguatezze.

Terribilmente moderni e contemporanei, i nostri sette sono anime giovani, inquiete ed arroganti, imbevuti dell’onnipotenza che gioventù, cultura ed elevata posizione sociale inevitabilmente generano; come ebbe a dire uno di loro, «noi giovani aristocratici francesi, senza rapporti con il passato e senza preoccupazioni per l’avvenire, camminavamo gioiosi su un tappeto di fiori che nascondeva un abisso.»

L’abisso non sarebbe stato solo quello della Rivoluzione francese (che ne avrebbe ammazzati tre su sette) ma quello del fallimento dei propri progetti, delle proprie idee, del proprio stile di vita e della propria onnipotenza. Gli ultimi libertini sono dei grandi sconfitti.

Tuttavia «davanti alla furia giacobina, la più antica e coraggiosa nobiltà d’Europa non sarebbe stata in grado di difendersi e, come avrebbe scritto Taine, si sarebbe lasciata arrestare docilmente, giacché fare strepito sarebbe stato di cattivo gusto, e l’importante, per gli aristocratici, era rimanere ciò che erano: gente di buona compagnia.» Perdono come solo gli spiriti più nobili e raffinati sanno fare, escono di scena con stile e grandezza, esercitando fino all’ultimo le virtù aristocratiche non solo del buon gusto e del saper vivere, ma anche della fierezza, dello stoicismo e dello sprezzo della morte.

Questo destino, questa conclusione, ci riportano, quale perfetta chiusura del cerchio, alle parole della prima pagina del libro: «è sempre bello avere vent’anni; […] ma niente era più bello che averli nel 1774, quando l’avvento al trono di Luigi XVI sembrò annunciare l’inizio di una nuova epoca, che avrebbe consentito a quei “principi della giovinezza” di “avanzare al passo” con il loro tempo, “in perfetta armonia con il mondo circostante.”»

Di fronte a queste sette vite, apparentemente così lontane ma in realtà così vicine alle nostre, spontanea sorge una domanda, la cui risposta è però riservata al futuro: è sempre bello avere vent’anni, ma niente era più bello che averli nel 2016?


Immagine in evidenza: Jean-Honoré Fragonard, L’altalena, c. 1766, Collezione Wallace, Londra

Immagine: Auguste Couder, Apertura degli Stati generali a Versailles, 5 maggio 1789, 1839

 

 

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Carlo Daffonchio

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