“Cosa credi? Che non sappia cos’hai fatto in questi mesi? Pensi che sia scemo? Parlano tutti di te in città”. Livia era di fronte a Giorgio, manteneva un’espressione dura ma tutta la sua sicurezza era svanita.

Era tornata a casa per sapere la verità, per sapere quale altro casino di suo figlio avrebbe dovuto risolvere. In questo caso, un grosso casino.

“Io ho fatto il possibile per aiutare Gianni e papà. Mi chiedo se ne valesse la pena. Avrei dovuto farvi affogare tutti quanti, in quella topaia che è il King”. Livia non rispose, una lacrima le scese sul volto.  “Mamma perché non apri gli occhi? Pensi che sia andato io a cercare Antonio?”. Livia non disse nulla, continuando a guardarlo. “Siete voi che l’avete fatto entrare al King. L’avete voluto voi e ora ne dovete pagare le  conseguenze”.

Giorgio fece per andarsene. Livia gli prese il braccio e lo fermò. Si guardarono negli occhi. “Scusa mamma, ma io ho cercato di aiutarti, ho fatto il possibile”. “Perché Antonio mi ha parlato di te?”. “Perché l’ho denunciato”. Giorgio uscì di casa senza voltarsi indietro. Livia provava un sentimento confuso fra l’orgoglioso e lo stupito. Da una parte era orgogliosa di quanto Giorgio fosse integerrimo, dall’altra non capiva come potesse essere così stupido da denunciare Antonio Ruocco.

Tutti in città sanno chi è Antonio Ruocco: 45 anni portati bene, affascinante e senza scrupoli.
Fin da piccolo si era dedicato alla nobile arte della violenza: a 16 anni aveva violentato la prima ragazza, a 17 anni aveva accoltellato il primo tossico e a 18 anni aveva deciso che spostarsi al Nord sarebbe stato più proficuo per i suoi affari. Da quel momento in poi la sua vita poteva essere riassunta come un‘ escalation senza fine di violenze, estorsioni e da una rapida ascesa in politica.

Era padrone di tre eleganti palazzi  di inizio 900, un hotel a cinque stelle e di alcune palazzine ancora in fase di costruzione. Grande appassionato di architettura non si era fatto mancare la partecipazione a una società edilizia che lavorava nel settore pubblico.

Si fidava solo di una persona, un suo amico d’infanzia con cui era arrivato nella grande città del Nord, dove però poi le strade si erano divise, fino a quando non si rividero al King. Nessuno dei due se l’aspettava.
Livia restò davanti al telefono per qualche minuto. Voleva parlare con Fosco. Si fece coraggio e lo chiamò. Il telefono squillò a vuoto. Intanto Fosco fece un gran respiro ed entrò nella sala biliardo.

“Anto’ tu’ si’ nu strunz”. “Amico mio” disse Antonio sorridendo e aprendo le braccia.

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