Faccia a faccia – quinta puntata

Livia l’aveva sempre saputo. Sapeva che quei debiti saldati, che i ristoranti costosi dove Gianni l’aveva portata non erano stati pagati con denaro pulito. Per questo Fosco non aveva speso troppe parole, anche lui sapeva.
Mentre la guardava pulire il pavimento, lì in quel locale distrutto per la seconda volta, Fosco si sentì felice. L’aveva riportata al King, eppure… eppure non si sarebbe mai lasciata amare da lui, ne era certo. Livia, che ora si guardava attorno con le mani sui fianchi, era attratta da tutto ciò che prima o poi si sarebbe consumato.
Che Uberto la tradisse lo sapeva tutto il locale e, in fondo, Livia l’aveva sempre sospettato. C’erano notti in cui il collo e la schiena di suo marito odoravano di altre donne, clienti del King o giovani ballerine dagli occhi da cerbiatto e i fianchi larghi. Eppure Livia se ne stava in silenzio e mentre si muoveva lentamente sul corpo del marito, immaginava come sarebbe potuta essere la sua vita se solo avesse preso altre decisioni. Aveva diversi rimpianti, ma il King, il King era sempre stata la sua felicità.
Fosco si accorse di aver pulito per la terza volta il bancone senza smettere di guardare Livia, che da lontano percepiva lo sguardo del direttore d’orchestra. Le faceva ancora male il polso. Durante la litigata che avevano avuto, Gianni glielo aveva stretto talmente forte che il bracciale che indossava l’aveva graffiata . Era un regalo che le aveva fatto durante una delle loro giornate spensierate sulla spiaggia. Livia chiuse gli occhi. Non aveva mai dato peso alle bevute notturne di Gianni. Quante cose aveva fatto finta di non vedere. Per troppo tempo.
La donna sospirò e si avvicinò al palco dove si esibiva l’orchestra. Ricordò gli spettacoli grandiosi e la musica jazz che riempiva l’atmosfera del locale un tempo così speciale, esclusivo: le ballerine ricoperte di brillanti con i loro ventagli piumati, il pubblico che si scatenava con in mano un bicchiere di champagne.
Livia dovette sforzarsi di non piangere. Si sedette su una delle poche sedie rimaste intatte con la testa tra le mani. Con la malavita della città che le fiatava sul collo, Livia non poteva sperare di riaprire il King. Avrebbero fatto saltare in aria il locale non appena la notizia si fosse sparsa, l’orchestra non avrebbe fatto in tempo a terminare la prima canzone. E pensare che un tempo erano loro abituali clienti. Certo, non pagavano sempre il conto e l’atmosfera si riempiva di tensione quando, con i loro completi gessati e un sigaro tra le labbra, scendevano le scale sottobraccio ad una delle ragazze. Ma quand’è che i rapporti si erano deteriorati? Livia si sentì una stupida per essersi posta una domanda del genere. La mafia non aveva bisogno di pretesti per agire.
La donna guardò Fosco e gli altri componenti dell’orchestra intenti a riordinare i pochi liquori che si erano salvati. Era proprio vero, l’orchestra era l’unica cosa che aveva sempre funzionato. In quel momento ringraziò Dio di avere qualcuno che le stesse accanto e si alzò in piedi. Nel suo ufficio, ancora chiuso a chiave e intatto, teneva qualche abito pulito. Con il battito accelerato che le pulsava nelle orecchie, Livia si infilò un abito nero e si ravviò i capelli corvini che le sfioravano le spalle pallide. Con la mano appena tremante riuscì a stendere un velo di rossetto scarlatto sulle labbra.
Fosco rimase in silenzio a guardarla mentre scendeva le scale. I loro sguardi si incontrarono per un secondo e l’uomo capì. Proprio in quel momento a Piero, il violoncellista, cadde dalle mani una bottiglia di vino umidiccia che fece voltare di scatto il direttore. Quando tornò a cercare Livia, la donna se n’era già andata.
Erano quasi le 22.30 e nonostante il temporale, l’aria era calda e torbida, opprimente. Livia si fermò di fronte all’insegna luminosa del biliardo e fece un lungo respiro. L’interno del locale era ancora più caldo. Sopra la sua testa, una cappa di fumo odorosa e umida che annebbiava la vista. Il bar era pieno, mentre il grosso salone pieno di tavoli da gioco semivuoto. L’unico tavolo occupato era quello sul fondo, vicino al ventilatore. Mentre si avvicinava a passo deciso, Livia sentiva gli uomini ridere. Alcuni di loro avevano alzato troppo il gomito.
“Buonasera”, disse Livia una volta vicina, attirando la loro attenzione. Il silenzio calò nella sala, lasciando in sottofondo una vecchia canzone d’amore.
In piedi con un sigaro tra le labbra c’era Antonio. Reggeva la stecca da biliardo tra le mani e la guardava con un sorriso altezzoso sulle labbra. La sua camicia bianca era madida di sudore.
“Livia…”, rispose lui.
“Cosa ti ho fatto?”, chiese la donna saltando ogni preambolo, avvicinandosi pericolosamente all’uomo. I cinque uomini attorno al boss guardavano la scena in silenzio.
Antonio soffiò il fumo in faccia alla donna. “Perché non lo chiedi a tuo figlio?”.

Dipinto: Cafiero Filippelli, Giocatori di biliardo

Elisa Carini

Quella che scrive e che nella vita non vorrebbe fare altro. Vive con un gatto nero nella bella Milano dove legge, studia, traduce libri e beve troppo caffè.

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