Livia l’aveva sempre saputo. Sapeva che quei debiti saldati, che i ristoranti costosi dove Gianni l’aveva portata non erano stati pagati con denaro pulito. Per questo Fosco non aveva speso troppe parole per farle capire la situazione, anche lui sapeva.
Mentre la guardava ripulire il pavimento, lì in quel locale distrutto per la seconda volta, Fosco si sentì felice. L’aveva riportata al King, eppure… eppure non si sarebbe mai lasciata amare da lui, ne era certo. Livia, che ora si guardava attorno con le mani sui fianchi, era attratta da tutto ciò che prima o poi si sarebbe inevitabilmente consumato.
Che Uberto la tradisse lo sapeva tutto il locale, e in fondo Livia l’aveva sempre sospettato. C’erano notti in cui il collo e la schiena di suo marito odoravano di altre donne, clienti del King o giovani ballerine dagli occhi da cerbiatta e dai fianchi larghi. Eppure Livia se ne stava in silenzio e mentre si muoveva lentamente sul corpo sudato del marito, immaginava come sarebbe potuta essere la sua vita se solo avesse preso decisioni diverse. Aveva molti rimpianti, ma il King, il King era sempre stata la sua felicità.
Fosco si accorse di aver ripulito per la terza volta il bancone senza smettere di guardare Livia, la quale, da lontano, percepiva sul suo corpo lo sguardo del direttore d’orchestra. Le faceva ancora male il polso. Durante la furente litigata che avevano avuto, Gianni glielo aveva stretto talmente forte che il bracciale che indossava le aveva graffiato la pelle chiara. Era un regalo che le aveva fatto durante una delle loro giornate spensierate sulla spiaggia. Livia chiuse gli occhi. Non aveva mai dato peso alle bevute notturne di Gianni e solo in quel momento si accorse dell’errore compiuto. Quante cose aveva fatto finta di non vedere per troppo tempo.
La donna sospirò e si avvicinò al palco dove era solita esibirsi l’orchestra. Ricordò gli spettacoli grandiosi e la musica jazz che riempiva l’atmosfera di quel locale un tempo così speciale, così esclusivo: le ballerine ricoperte di brillanti con i loro ventagli piumati, il pubblico entusiasta che si scatenava con in mano un bicchiere di champagne. La mattina successiva a qualsiasi serata sensazionale al King sembrava il risveglio confuso da un sogno ambientato in un romanzo di Fitzgerald.
Livia dovette sforzarsi di non piangere. Si sedette su una delle poche sedie rimaste intatte con la testa tra le mani. Con la malavita della città che le fiatava sul collo, Livia non poteva sperare di riaprire il King. Avrebbero fatto saltare in aria il locale non appena la notizia si fosse sparsa, l’orchestra non avrebbe fatto in tempo a terminare la prima canzone. E pensare che un tempo erano loro abituali clienti. Certo, non pagavano sempre il conto e l’atmosfera si riempiva di tensione quando, con i loro completi gessati e un sigaro tra le labbra, scendevano le scale sottobraccio ad una delle ragazze. Ma quand’è che i rapporti si erano deteriorati? Livia si sentì una stupida per essersi posta una domanda del genere. La mafia non aveva bisogno di pretesti per agire.
La donna guardò Fosco e gli altri componenti dell’orchestra intenti a riordinare i pochi liquori che si erano salvati. Era proprio vero, l’orchestra era l’unica cosa che aveva sempre funzionato. In quel momento ringraziò Dio di avere qualcuno che le stesse accanto e si alzò in piedi. Nel suo ufficio, ancora chiuso a chiave e intatto, teneva qualche abito pulito. Con il battito accelerato che le pulsava nelle orecchie, Livia si infilò un abito nero e si ravviò i capelli corvini che le sfioravano le spalle pallide. Con la mano appena tremante riuscì a stendere un velo di rossetto scarlatto sulle labbra.
Fosco rimase in silenzio a guardarla mentre scendeva le scale in tutta fretta. I loro sguardi si incontrarono per un secondo e l’uomo capì. Proprio in quel momento a Piero, il violoncellista, cadde dalle mani una bottiglia di vino umidiccia che fece voltare di scatto il direttore. Quando tornò a cercare Livia con lo sguardo, la donna se n’era già andata.
Erano quasi le 22.30 e nonostante il temporale, l’aria era calda e torbida, opprimente. Livia si fermò di fronte all’insegna luminosa del biliardo e fece un lungo respiro. L’interno del locale era ancora più caldo. Sopra la sua testa, una cappa di fumo odorosa e umida che annebbiava la vista. Il bar del biliardo era pieno di gente allegra che beveva e fumava. Il grosso salone pieno di tavoli da gioco invece era semivuoto. L’unico tavolo occupato era quello sul fondo, vicino al ventilatore. Mentre si avvicinava a passo deciso, Livia sentiva gli uomini ridere. Alcuni di loro avevano alzato troppo il gomito.
“Buonasera”, disse Livia una volta vicina, attirando la loro attenzione. Il silenzio calò nella sala, lasciando in sottofondo una vecchia canzone d’amore che prima si udiva a malapena.
In piedi con un sigaro tra le labbra c’era Antonio, il boss. Reggeva la stecca da biliardo tra le mani e la guardava con un sorriso altezzoso sulle labbra. La sua camicia bianca era madida di sudore.
“Livia…”, rispose lui.
“Cosa ti ho fatto?”, chiese la donna saltando ogni preambolo, avvicinandosi pericolosamente all’uomo. I cinque uomini attorno al boss guardavano la scena in silenzio.
Antonio soffiò il fumo in faccia alla donna, che fece di tutto per rimanere impassibile.
“Perché non lo chiedi a tuo figlio?”.

Dipinto: Cafiero Filippelli, Giocatori di biliardo

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