Al cinema, questo mese c’è una scarsa varietà di film. Tra questi troviamo Angry Birds, L’uomo che vide l’infinito e Conspiracy. Allettati dalla presenza dei due premi oscar (Al Pacino e Anthony Hopkins) si potrebbe optare per quest’ultimo. Errore che verrà rimpianto amaramente. Meglio Angry Birds.

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Ben Cahill (Josh Duhamel) è un giovane avvocato che, impegnato nella sua scalata sociale, si ritrova immischiato in un delicato intrigo di potere tra Arthur Denning (Anthony Hopkins), un corrotto manager farmaceutico, e Charles Abrams (Al Pacino), un socio del suo studio legale. La storia prende però una brutta piega con l’omicidio di una ragazza, su cui il protagonista cerca di fare giustizia.

Il film inizia con una lentezza che si spera termini presto, ma ciò non accade. Inoltre, in questa pellicola, nonostante il film sia un thriller, la suspense è un fattore molto raro, così come i momenti di alta recitazione. Il protagonista, infatti, è incapace di assumere più di due espressioni, abitudine che gli è forse rimasta dal suo passato come modello/attore di Transformers.

Si potrebbe pensare che l’attore ex modello sfiguri di fronte a due mostri sacri come Al Pacino e Anthony Hopkins. Ma purtroppo non è questo il problema.

Ci si domanda infatti se Hopkins sia diventato troppo anziano per il suo mestiere e se Al Pacino sia lo stesso ad aver interpretato Carlito’s Way.

La caduta dei premi oscar, il titolo della recensione, rappresenta l’amarezza che si prova nel vedere i due pluripremiati attori dare delle interpretazioni prive di ogni colore.

Ma la colpa non è tutta loro. La sceneggiatura offre infatti pochissimo spazio ai personaggi. Per l’appunto, in una scena in cui Ben (Al Pacino) perde le staffe, vediamo l’attore provare a riempire di pathos una scena che purtroppo, però, non glielo consente.

La storia e la regia non risultano confuse, bensì il contrario. Risultano piatte, per niente coinvolgenti. Regia esclusivamente tecnica, sembra che le inquadrature siano quelle di uno spot televisivo. Mentre la sceneggiatura è così basica che si pensa che ci sia un secondo messaggio nascosto da cogliere. No, non c’è. Ci sono infatti scene che si protraggono per interi minuti senza offrire alcun tipo di emozione o suspense.

Forse il regista, Shintaro Shimosawa pensava di dirigere un film come i suoi precedenti (The Grudge 2004 e The Echo 2008), ossia Horror privi di storia ma pieni solo di porte scricchiolanti e facce spaventose. Non essendoci in questo film presenze soprannaturali, resta ben poco.

La fotografia di questo film, a cura di Michael Fimognari, è invece molto gradita. Giochi di luce e ombra salvano delle scene che altrimenti, sarebbero andate perse.

La pellicola offre comunque un forte ed inatteso colpo di scena nel finale, che coglie lo spettatore di sorpresa e rende interessanti gli ultimi quindici minuti.

Una perdita personale, dunque, questo film per gli amanti dei due premi oscar. Personalmente, conoscendo a memoria ogni battuta di ogni film di Al Pacino, ero sicuro che pur non avendo il film una gran sceneggiatura, l’attore Hollywoodiano lo avrebbe reso emozionante. Purtroppo questo non succede.

In sintesi, il lungometraggio non è un capolavoro e non è nemmeno un disastro. È solo uno dei tanti film soporiferi e anonimi che finiscono in seconda serata su qualche canale sperduto. Tutta la storia poteva essere concentrata in un cortometraggio di venti minuti, e forse avrebbe reso di più.

Speriamo che Al Pacino torni a darci un’interpretazione degna del suo nome, che Hopkins si rimetta in forma, e soprattutto che Josh Duhamel torni a fare il modello.

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