Di nuovo viva – quarta puntata

Senza aspettare un invito, Fosco prese posto davanti a lei.

“Cosa fa qui?”, gli domandò Livia a bruciapelo, talmente sorpresa da non preoccuparsi neanche di essere maleducata.

“È un posto meraviglioso”, le sorrise lui, sviando; poi, improvvisamente, cambiò discorso: “Livia, mia cara, non si è mai chiesta dove Gianni abbia trovato i soldi per saldare i debiti del King?”, si passò le dita tra i folti capelli grigi e poi si sporse verso di lei, fino a trovarsi a qualche centimetro dal suo viso.

Da lui proveniva un leggero odore di dopobarba che le si insinuò tra i pensieri, incastrandosi tra tutti i dubbi che ora le affollavano la testa.

Livia rimase di stucco.

“No”, scosse la testa.

Fosco sorrise lievemente, “Glielo chieda, Signora mia”, dicendolo spense la sigaretta e si alzò.

Per un attimo a Livia sembrò che lui volesse dirle ancora qualcosa, ma poi Fosco scosse il capo e così come era venuto se ne andò.

La donna chiuse gli occhi, stordita dalla conversazione.

Non era vero quello che aveva detto all’ex direttore d’orchestra; certo che ci aveva pensato. Se l’era chiesto la notte, quando si ritrovava insonne a fissare il soffitto, battendosi le dita sul petto al ritmo del russare di Gianni, se l’era chiesto quando gli avvertiva addosso, a qualsiasi ora, l’odore pregnante d’alcol, e quando la mattina, guardandosi allo specchio, si trovava sempre più stanca, più vecchia.

Ma poi lui calmava le sue paure con una premura tanto confortante da farla sentire in una bolla sicura, lontana dalle preoccupazioni e dai dolori.

Era naturale, si rese conto, che la bolla prima o poi dovesse scoppiare.

Quando Livia aprì la porta di casa Gianni aveva appena chiuso una telefonata. Le si fece incontro, sventolando una fotografia.

“Guarda!”, esclamò, “Il King è tornato come nuovo!”.

Livia prese la foto e la guardò; una fitta le pizzicò il petto. I drappi rossi, le bottiglie, i leoni all’ingresso, tutto splendeva di una perfezione ormai insperata.

Scosse la testa e si infilò la fotografia nella borsa.

“Come hai fatto?”.

Gianni la guardò stranito: “Eh?”.

“Dico”, Livia si schiarì la voce, “Dove hai trovato i soldi per fare tutto questo?”.

Lui scoppiò a ridere e cercò di attirarla a sé. “Dai Livia, te l’ho detto che non devi più preoccuparti di nulla!”, ma Livia si liberò della sua mano con uno strattone.

“Dimmelo”.

D’un tratto l’espressione di Gianni si trasformò, divenne dura, quasi minacciosa.

“Fatti gli affari tuoi. Ti ho ridato il tuo cazzo di bar, non ti basta?”.

Livia avvertì una rabbia furente nascere dentro di lei.

“Dove li hai presi, eh? Con che persone sei invischiato? E no”, alzò le mani verso di lui, “Non ti avvicinare”. Con la borsa stretta al petto si diresse ad ampie falcate verso la porta.

Gianni, prima colto di sorpresa, ora si riscosse e le corse dietro. Le agguantò un polso, stringendo talmente forte che Livia sentì un pianto pungerle gli occhi.

Non seppe mai con quale forza fosse riuscita a divincolarsi e gettarsi fuori di casa, col braccio pulsante di dolore, con nelle orecchie il suono della voce strozzata di Gianni -“Brutta puttana, te la faccio pagare!” – col vento di mare che le frustava la schiena.

Scoppiò a piangere mentre cercava un taxi e continuò a piangere mentre si avvicinava all’aeroporto, mentre comprava il biglietto e durante il viaggio, ma arrivata nella sua città inspirò profondamente e si asciugò gli occhi.

Non tornò nemmeno a casa: col cuore martellante di brutti presentimenti si diresse subito al King.

E fu di nuovo un colpo al cuore, trovare il locale distrutto una seconda volta, se possibile con ancora più violenza, più crudeltà.

Livia rimase in piedi in mezzo alle macerie del posto che non riusciva a smettere di amare, che non riusciva mai a salvare, e si sentì sulle spalle una stanchezza antica, pesante, il desiderio di dire basta, non ce la faccio più, non posso più lottare e sbagliare, e perdere tutto di nuovo.

Ma in quel momento sentì la porta del locale aprirsi e si voltò: uno per uno, in fila indiana, fecero il loro ingresso i musicisti dell’orchestra.

Fosco fu l’ultimo a entrare. La sigaretta tra le labbra e la bacchetta in mano si voltò verso Livia.

“Te l’avevo detto o no, Signora, che l’orchestra è l’unica cosa che funziona in questo posto?”.

Livia scoppiò a ridere, e mentre la musica riempiva il locale devastato si sentì, dopo molto tempo, viva di nuovo.

Lucrezia Iussi

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