Era una domenica sera al Todos a Cuba. La ragazza con l’abito rosso mi guardò e scagliò per terra il suo bicchiere.

Stavo portando in cucina un vassoio pieno di bicchieri vuoti, mi precipitai a raccogliere i pezzi di vetro. La ragazza mi guardò e si scusò:
“Oh no! Mi è sfuggito dalle mani!”
“Non ti preoccupare, anche se faccio il cameriere a volte capita anche a me”.
La ragazza sorrise e si sedette, era da sola.
“Stai aspettando qualcuno?”
“Secondo te?” mi chiese ridendo.

Portai in cucina i pezzi di vetro e quando tornai lei era ancora lì, seduta al tavolino, che si preparava una sigaretta con il tabacco. Aveva dita affusolate.

Lentamente girò la sigaretta e sorrise.
“Bel vestito.” commentai.

“Grazie, sono contenta che ti piaccia, è nuovo.”

Se n’era appena andato un gruppo di clienti che aveva lasciato il tavolo pieno di bicchieri, cartacce, mozziconi. Dovevo mettere a posto e purtroppo non potevo fermarmi a scambiare due parole.
Mentre riordinavo con cura ogni bicchiere sul vassoio, lei continuava a guardarmi.
“Puoi anche non mettere a posto, siediti.”
“Non ti preoccupare” risposi sorridendo. Volevo finire il più in fretta possibile per tornare da lei.

“Mi dispiace di non essere venuta qui di recente ma ho avuto molti impegni.”
“Capisco, io sono sempre qui, quando ti fa piacere.”
“Lo sai che mi fa sempre piacere, è che sono sempre di fretta.”

“Non ti preoccupare, io ti aspetto, lo sai.”

Veniva spesso al Todos a Cuba, si chiamava Emilia ed era una delle più belle ragazze del quartiere e non mi sembrava vero che le potessi piacere proprio io, facevo fatica a crederci ed erano i miei colleghi a farmi notare i suoi gesti pieni di attenzione nei miei confronti.
Lei sfogliava LaRepubblica, ne lasciavamo sempre qualche copia al bar, proprio per le persone che venivano a prendere un caffè desiderando la compagnia di un quotidiano.
Era molto paziente, aspettava ogni volta che finissi di mettere a posto, di prendere gli ordini e quando avevo tempo mi fermavo a chiacchierare con lei.
Aveva sempre qualcosa da dire, parlare con lei era una boccata d’aria fresca, interrompeva la routine, il mio andare avanti e indietro, il mio dover sorridere per forza a ogni cliente.

Un giorno o l’altro le avrei chiesto di uscire, avevo bisogno solo di un po’ di coraggio. Finii di mettere a posto.
“Sono qui per farti compagnia” mi disse.

“Lo sai che mi fa molto piacere” mi sedetti di fronte a lei e presi il suo tabacco per farmi una sigaretta.

“Uno di questi giorni usciremo insieme? O ci incontreremo sempre qui?” mi chiese all’improvviso, ed io rimasi di ghiaccio.
“Se vuoi possiamo uscire ora, dove vuoi andare, Emilia?” le chiesi impacciato.

“Ma mi stai scambiando per la mamma?”
“Scusa?”.
“Sì, Papà, sono Vittoria, non Emilia. Emilia è la mamma.”
Mi guardo attorno, poltrone scomode e di un colore spento. Odore di chiuso. Tanti anziani.
“Ciao Vittoria, certo che ti avevo riconosciuta”.
“Scusa un attimo, mi è caduto un bicchiere e non è ancora arrivato nessuno a pulire”.
Si allontana.
Apro la tasca della giacca e prendo la foto di Emilia con indosso il suo abito rosso.

È passato tanto tempo.

Annunci