Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

FABRIZIO DE ANDRÈ, Via del Campo

fiore_02-1050x700Questa frase potrebbe essere un po’ il riassunto dell’ultimo film di Claudio Giovannesi, Fiore, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2016 e arrivato nelle nostre sale da circa una decina di giorni. Ma liquidare questa pellicola in modo frettoloso sarebbe un errore che potrebbe generare un’opinione superficiale.

La storia narra di Daphne (Daphne Scoccia), ragazzina senza madre e con il padre in carcere, che viene a sua volta portata in riformatorio per il furto di un cellulare. Lì conoscerà Josh (Josciua Algeri), anche lui detenuto, e tra i due nascerà un rapporto di complicità che sfocerà poi in amore.

Il film vuole parlare di dolcezza, in un mondo che dovrebbe invece far nascere tutt’altri sentimenti; di giovinezza, in contrasto con un sistema che non ha nulla da dare per migliorare le vite di chi ci finisce dentro; della capacità di continuare a provare amore anche se tutte le tue esperienze ti insegnano che esiste solo l’abbandono.

In parte ci riesce, ci fa credere che per Daphne una speranza ci sia, una via d’uscita, una possibilità di riconciliarsi con il padre, interpretato dal sempre ottimo Valerio Mastandrea che, in pochi minuti sullo schermo, riesce comunque a creare un personaggio fragile e sulla strada della guarigione. Purtroppo, però, la pillola non è così facile da mandare giù: la nostra protagonista è comunque il frutto delle sue esperienze e questo non può che venire fuori, presto o tardi.

La trama della pellicola si sviluppa senza grandi sorprese, anche per quanto riguarda il finale, chiara citazione da Il laureato, nonostante la potenza della conclusione di Fiore risulti decisamente diminuita rispetto a quella del suo illustre predecessore. Questo insieme di prevedibilità e relativa forza, unito alle quasi due ore di durata, rende il film di non facilissima fruizione.

Particolarmente degna di nota è però la regia, fatta di piani sequenza inaspettati per i corridoi del riformatorio dove si trovano i ragazzi e di primi piani sui volti dei giovani, freschi e innocenti nonostante tutto.

L’insistenza con cui il regista inquadra le mani della sua protagonista colpisce in modo particolare: il contrasto tra il viso di Daphne, bello e luminoso, e le sue mani, poco curate e con le unghie mangiate fino al limite, è un ottimo riassunto del personaggio che ci troviamo davanti, ancora giovane ma adulto allo stesso tempo, con tracce evidenti di ciò che ha passato ma con la voglia di vedere il mondo e di conquistarlo tipica degli anni dell’adolescenza.

coverlg_home_jpg_363x200_crop_q85Le sequenze più riuscite del film sono decisamente quelle che coinvolgono anche il padre e la nuova famiglia che si sta costruendo insieme alla compagna rumena e al figlio, dopo essere uscito dal carcere. In queste scene ci viene mostrato un rapporto tra genitore e figlia in cui sono venuti meno i ruoli canonici e ciò che essi comportano, perché i due hanno ormai da tempo perso una quotidianità nel loro stare insieme. Così Daphne si dimostra più risoluta del padre, certa di non avere spazio in questa nuova realtà che lui si sta creando e pronta alla solitudine o, almeno, a un altro tipo di amore, non soffocante e difficile come quello familiare, ma più libero e spensierato. Quello che pensa che Josh le possa offrire, insomma.

Ma quando lasciamo i nostri due giovani innamorati in fuga, dal sistema e dal mondo reale, non possiamo fare a meno di chiederci quanto questa corsa durerà e quale sia il vero motivo per cui ci è appena stata raccontata questa storia.

Forse per dirci che gli happy ending non esistono davvero e che questa è una vita dura o forse, al contrario, per dimostrarci che l’impulsività caratteristica della giovinezza ci può portare lontano, anche se non si sa bene dove né per quanto. Qualunque sia il caso, però, la pellicola si dilunga un po’ troppo e questo impedisce di far arrivare il messaggio in modo chiaro e la porta a perdere molta della sua forza per strada.

Quindi, come direbbe qualcuno, “Bravo, bravo, ma per me è no”.

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