Il King – prima puntata

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Il King era un locale notturno, per entrare si doveva passare da un ristorante e scendere le scale. Si arrivava in uno scantinato.
Un cameriere, all’ingresso, in abito elegante apriva e chiudeva la porta salutando per nome e cognome ogni cliente che entrava.
Una volta, una musica vivace colorava l’atmosfera del locale, le ragazze anche loro eleganti intrattenevano i clienti che felici ordinavano champagne su champagne.
L’orchestra suonava fino a tarda notte e i musicisti si davano il cambio a rotazione per non far mai interrompere la musica.
Era un locale incantato, separato dalla realtà.
Al King le persone lasciavano i problemi al piano di sopra insieme al soprabito.
Entravano in un mondo fatto di musica, champagne, belle ragazze e camerieri disponibili.
Poi c’era Livia, la signora del locale. Era lei a tener le redini del King, nonostante suo marito Uberto ne fosse il proprietario.
La chiamavano la “signora” e tutti la rispettavano e alcuni la temevano.
Arrivava al locale, decisa nel passo, verso l’orario di apertura e si chiudeva nel suo ufficio, parlava solo con il direttore di sala, con suo marito (che stava al bancone ad intrattenere i clienti e a far fuori le migliori bottiglie) e con le entreneuse.
Era lei a sceglierle e i patti erano chiari: non bisognava aver alcun tipo di rapporto con i clienti dopo l’orario di lavoro, non dovevano ubriacarsi e il contratto durava due settimane.
La paga era alta, le ore di lavoro tante ma le ragazze una volta assunte avrebbero potuto assistere e partecipare a quella fabbrica dei desideri che era il King.
Il lavoro di Livia era il più difficile, non è da tutte le signore portare avanti un locale notturno, soprattutto se il locale è l’unico in città.
Tutti frequentavano il King, tutti quelli che se lo potevano permettere.
Il sindaco, il capo dei carabinieri, il capo della polizia, l’assessore alla cultura, l’ingegnere e il medico, il politico, l’avvocato e molti giornalisti.
Tutti passavano dal King almeno una volta a settimana.
Apriva alle 23.00 e chiudeva a notte fonda, per entrare era richiesta giacca e cravatta, bisognava mantenere una certa eleganza.
C’era sempre musica nella sala, c’era il capo orchestra e l’orchestrina.
C’era il Gianni, barman storico del locale, abile nei cocktail e travolgente nella simpatia, con il vizio dell’alcol.
Uberto era un genio eclettico dalla forza distruttrice.
Creava e distruggeva.
Ma adesso, il King, che era stata una sua idea, che lui aveva inventato e fatto crescere, si trovava in piena decadenza.
Le pareti scrostate, la canna fumaria rotta e debiti, tanti debiti.
La signora non poteva sopportare la situazione e per questo si chiudeva nel suo ufficio, non parlava con nessuno e teneva i conti, faceva tagli  qua e là per cercare di sistemare la situazione economica, che ormai era precipitata.
Prima fecero a meno di qualche ragazza, poi di qualche cameriere, poi non sapeva più dove tagliare. Forse risparmiare sull’orchestra?
Un giorno Livia mentre pensava a queste cose  aprì la porta del suo ufficio e vide Uberto, suo marito, il genio eclettico che cinque anni prima l’aveva sposata promettendole amore eterno e una vita da regina che ansimava in compagnia di una delle entreneuse.
Livia guardò Uberto, che intanto si era ricomposto e aveva iniziato a dire che non era come sembrava, che c’era stato un malinteso e tutte quelle scuse di chi ormai non può più salvarsi.
Livia gli disse di andarsene.
Il locale era intestato a lei e lui doveva andarsene con quella sgualdrina da quattro soldi. Gli sorrise, aprì la porta e lo cacciò dal King, che sì, era stato la sua creazione ma sul quale oramai non aveva più alcun diritto.
Livia tirò un sospiro, aspettò che Uberto e la ragazza si fossero allontanati e scoppiò a piangere. Qualche giorno dopo la signora dovette mandare via l’orchestra, costava troppo, bisognava cambiarla. Arrivò il capo orchestra, era su tutte le furie, prese in disparte Livia e le disse una frase, che determinò poi tutta la nostra storia:
“Con tutto il rispetto signora, in questo locale non funziona nulla, se non l’orchestra”.

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Valeria Pagani

Quella che fa cose. Nata a Milano nel 1995, vive e lavora tra le Colonne di San Lorenzo e Festa del Perdono. Ama il teatro e avere sotto controllo tutto (non sempre ci riesce).

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